06/12/2022

Il pivot point della Fed è a fine 2023

La News

L’occupazione Usa a novembre è stata in crescita, ma robuste sono risultate anche la crescita salariale e quella dei consumi.

Nel frattempo l’ISM manifatturiero è sceso sotto la soglia dei 50 punti per la prima volta dal periodo Covid.

 

“Mercoledì scorso il presidente Powell ha confermato una volta per tutte le attese circa una riduzione nel ritmo della stretta monetaria della Fed, ma ha anche ribadito che i tassi rimarranno alti a lungo” spiega Paolo Zanghieri, Senior Economist di Generali Insurance Asset Management, parte dell’ecosistema di Generali Investments.

“Nel successivo rally i mercati hanno dato l'impressione di aver ascoltato solo la parte ‘accomodante’ del messaggio. Le domande chiave d'ora in poi riguarderanno il livello massimo del tasso sui Fed funds e per quanto tempo i tassi vi rimarranno. Prevediamo un aumento di 50 punti base a dicembre, seguito da due aumenti di 25 punti base a febbraio e marzo”.

 

In tutto questo il pivot point della Fed, ovvero quando la banca centrale statunitense invertirà la propria politica monetaria da restrittiva ad accomodante, si posiziona per il momento all’ultimo quarter del prossimo anno.

 

“Con una crescita irrisoria il prossimo anno (la nostra previsione è dello 0,3%), un aumento della disoccupazione e un'inflazione core in calo, la Fed dovrebbe iniziare a tagliare i tassi nel quarto trimestre (-50 punti base).

Tuttavia, un mercato del lavoro più resiliente, con un calo delle offerte di impiego non accompagnato da un aumento della disoccupazione o un'inflazione di fondo vischiosa, consentirebbe alla Fed di mantenere il tasso di riferimento a un livello molto restrittivo più a lungo”.

 

Certo, le buone notizie in tema di rallentamento dell’inflazione stanno sostenendo gli asset finanziari, azioni e obbligazioni, “tuttavia, gli asset più rischiosi come azioni e credito High Yield non hanno pienamente integrato nelle valutazioni il rischio di recessione, peraltro già visibile nell’area euro, di un irrigidimento eccessivo della politica monetaria e le ripercussioni globali della fallimentare politica zero COVID in Cina” avvisa l’economista.

 

Nel frattempo i rendimenti delle obbligazioni governative sono scesi a causa del calo dei tassi reali dovuto ai timori di recessione, mentre la forte performance degli Emergenti è proseguita, con gli emettenti più rischiosi, come la Turchia, che si sono riaffacciati sul mercato.

Il ritorno alla fase di risk on ha favorito così le azioni, in particolare quelle dell'Unione Europea e degli emergenti, e ha spinto al ribasso il dollaro USA.

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