23/11/2022

Inflazione, il 3% è il “new 2%”?

La News

L'inflazione è tornata, e in grande stile. Se gli anni successivi la crisi finanziaria globale del 2008 erano stati caratterizzati da banche centrali che non raggiungevano mai gli obiettivi di inflazione nonostante le misure messe in campo, gli anni immediatamente successivi all'ultima crisi da Covid hanno portato a una recrudescenza delle pressioni inflazionistiche che le banche centrali si stanno ora strenuamente impegnando a domare.

 

“Non c'è nulla di sacro nell'obiettivo del 2% di inflazione e possiamo valutare se sia ancora il punto di riferimento appropriato per la politica monetaria” mettono in chiaro James Ashley (International Head of Strategic Advisory Solutions) e Simona Gambarini (Senior Market Strategist, Strategic Advisory Solutions) di Goldman Sachs Asset Management.

“I quadri di riferimento per l'inflazione sono stati ampiamente adottati a partire dalla fine degli anni Novanta. Prima di allora, le banche centrali avevano perseguito una serie di variabili nel tentativo di stabilizzare l'economia, tra cui gli obiettivi di cambio e di offerta di moneta”.

 

Senza contare che l'inflazione non è l'unica variabile economica cui fanno attenzione le banche centrali (ad esempio la Federal Reserve ha il doppio mandato su inflazione e massima occupazione come obiettivi gemelli) e i target di riferimento per l'inflazione variano tra le banche centrali, sebbene tendano a convergere verso una qualche forma di obiettivo del 2% per la maggior parte dei mercati sviluppati.

Ma non sono comunque fissati nella pietra.

 

“Le banche centrali puntano a un basso numero di inflazione positiva perché un'interpretazione rigorosa della stabilità dei prezzi creerebbe almeno due problemi fondamentali - commentano i due esperti - In primo luogo, qualsiasi deviazione verso il basso di tale obiettivo porterebbe l'economia in deflazione, mentre un obiettivo di inflazione allo 0% non offre spazio per un errore di sottoperformance senza conseguenze negative potenzialmente rilevanti. In secondo luogo, la misurazione accurata dell'inflazione presenta numerosi problemi.

Ad esempio, la Commissione Boskin del 1996 ha concluso che l'indice dei prezzi al consumo degli Stati Uniti (CPI) sovrastimava l'inflazione di oltre l'1%. Se così fosse, un obiettivo di inflazione "reale" dell'1% richiederebbe un tasso mirato di circa il 2%”.

 

Se la distorsione nella misurazione dell'inflazione è cambiata in termini di dimensioni (o addirittura di segno) negli ultimi 25 anni, allora un diverso livello della variabile target potrebbe ottimizzare i risultati economici.

Allo stesso modo, i profondi cambiamenti economici e finanziari avvenuti negli ultimi 25 anni potrebbero portare a conclusioni diverse su quale sia l'ancoraggio nominale appropriato per l'economia.

Le variazioni della produttività, la globalizzazione delle catene di approvvigionamento, il diverso panorama istituzionale e le prospettive demografiche sostanzialmente diverse per molti mercati sviluppati, suggeriscono che nei prossimi anni potrebbe essere giustificata una revisione dell'adeguatezza del 2%.

 

“Le sfide da affrontare sono quindi numerose e significative” elencano da Goldman Sachs Asset Management.

“In primo luogo, ventilare la possibilità di un obiettivo d'inflazione più elevato proprio quando l'inflazione è nettamente al di sopra dell'obiettivo potrebbe essere visto come uno "spostamento dell'obiettivo", un'ammissione da parte dei responsabili politici che riportare l'inflazione al 2% è troppo difficile. In questo caso, la credibilità dei politici potrebbe essere danneggiata in modo significativo.

In secondo luogo, sia la Fed sia la BCE hanno recentemente modificato i loro regimi di inflazione, e apportare cambiamenti su base regolare potrebbe essere visto come un danno alla stabilità e alla prevedibilità, proprio ciò che l'inflation targeting dovrebbe generare.

In terzo luogo, per molte banche centrali la decisione sul loro mandato è intrinsecamente politica; l'obiettivo specificato non è liberamente determinato dagli stessi responsabili della politica monetaria, ma da politici democraticamente eletti. Qualsiasi cambiamento di mandato non è quindi puramente tecnocratico e può darsi che queste domande rimangano sopite per qualche tempo prima di essere prese in seria considerazione”.

 

Si può discutere se i mandati di inflazione al 2% siano ancora il quadro appropriato per la politica monetaria, ma un’inflazione al 3% sarebbe positiva per gli asset di rischio?

“Riteniamo di sì, in quanto la spinta di una crescita economica più sostenuta più che compenserebbe la frenata data dall'aumento dei rendimenti obbligazionari nominali lungo la curva - concludono i due esperti - Tuttavia, la selettività sarebbe essenziale in quanto esiste un'ampia dispersione della sensibilità all'inflazione all'interno di una determinata classe di attivi.

Lo scenario di un aumento dei mandati delle banche centrali in materia di inflazione è ovviamente ipotetico, con molte incognite e implicazioni potenzialmente profonde”.

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