06/10/2022

I dilemmi delle banche centrali

La News

Jerome Powell l’aveva annunciato al simposio di Jackson Hole, e l’ha confermato con le decisioni successive.

La Fed rimane determinata nel proseguimento della stretta monetaria: anche se l’indebolimento del mercato del lavoro e il rallentamento della crescita potrebbero causare alcuni problemi, “una mancata stabilizzazione dei prezzi sarebbe fonte di difficoltà ben peggiori”.

 

Il dilemma rimane quindi il solito: le banche centrali devono aumentare i tassi per controllare l’inflazione, ma allo stesso tempo rischiano di spingere le rispettive economie in una recessione.

Ma in tutto questo, gli Stati Uniti sono davvero condannati ad un atterraggio duro?

 

“Ci sono diversi fattori potrebbero consentire agli Stati Uniti di evitarlo - spiegano Andrew Harmstone e Manfred Hui, Managing Director del team Global Balanced Risk Control di Morgan Stanley IM - La spesa per gli investimenti può contare su un contesto migliore rispetto ai cicli precedenti, grazie alla robusta domanda di credito.

Anche la domanda inespressa e l’esigenza di investimenti nell’energia dovrebbero sostenere la spesa per gli investimenti”.

 

Dal lato delle aziende, la spesa per gli investimenti potrebbe essere concentrata nelle fasi iniziali del ciclo, poiché le detrazioni previste dal Tax Cuts and Jobs Act 2017 di Trump, a partire dal 2023, passeranno dal 100% attuale a percentuali annue sempre minori.

Sul versante dei consumatori, nonostante l’erosione dovuta all’inflazione dei redditi personali in termini reali e i tassi di risparmio ai minimi dal 2008, i risparmi personali restano a livelli superiori rispetto a quelli pre-pandemia e si attestano al 5,1% (erano al 26% al picco della pandemia).

E anche i livelli di indebitamento non sono così pronunciati come nei cicli precedenti, e dalla crisi finanziaria del 2008 sono andati costantemente calando.

 

Il mercato dell’edilizia residenziale, nonostante l’attuale solidità, è uno dei principali vettori che potrebbero aiutare la Fed a riportare l’inflazione sotto controllo, considerata la sensibilità dei mutui all’aumento dei tassi – dicono i due Managing Director di MSIM - Tuttavia, se l’inflazione non dovesse scendere, per evitarne il radicamento, la Fed potrebbe essere costretta a intervenire con un’azione più aggressiva di quella attualmente prevista dagli operatori di mercato.

Se a questo si aggiunge che ci vuol tempo per vedere gli effetti dei rialzi, qualora le politiche monetarie dovessero rivelarsi troppo aggressive, la Fed potrebbe non avere più a disposizione il tempo sufficiente per rivedere il proprio operato ed evitare un atterraggio brusco”.

 

In tutto questo non va comunque dimenticata la crisi energetica.

“Quando l’energia è cara, l’inflazione si aggrava, e l’unico strumento a disposizione delle banche centrali consiste nel sostenere la moneta e nel limitare la crescita in misura sufficiente ad evitare il radicamento delle aspettative inflazionistiche - mettono in chiaro Harmstone e Hui - In un simile contesto, l’Europa è in ritardo nel ciclo di rialzi e presenta una maggiore esposizione alle forniture di gas russo, risultando quindi più vulnerabile ai rischi di recessione.

Per quanto la regione sia riuscita finora a raggiungere gli obiettivi di stoccaggio fissati, con l’arrivo dell’inverno la situazione potrebbe farsi critica a causa dell’abbassamento delle temperature.” A meno che le forniture non vengano ripristinate, solo un calo della domanda può risolvere lo squilibrio tra domanda e offerta.

Un altro dilemma per le banche centrali, la cui soluzione, anche in questo caso, non è affatto semplice.

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