22/09/2022

Inflazione globale, non sarà colpa della Cina

La News

Nel 1995 la Cina aveva una popolazione in età lavorativa di 830 milioni di persone (il doppio dei Paesi del G7) che cresceva di 10 milioni ogni anno e costava il 2% della tariffa oraria media di un lavoratore del G7 (40 centesimi contro 17 dollari).

Costi talmente a buon mercato da essere diventata negli anni la “fabbrica del mondo”. Un trend proseguito anche dopo l’adesione al WTO dei primi anni del Duemila che contribuì ad abbassare le barriere commerciali, e che servì per esercitare pressione al ribasso sui prezzi dei beni globali.

 

Sì, perché nel frattempo l’incremento del costo della manodopera (+1700% i salari del settore manifatturiero in 25 anni) è stato contemperato da un elevatissimo aumento della produttività, tanto che i salari continuano a restare molto più bassi rispetto ai mercati sviluppati e non superano di molto quelli di grandi Paesi emergenti come l'India e il Messico, e quindi il Paese si è accaparrato una quota sempre maggiore del mercato mondiale delle esportazioni senza impatti inflazionistici evidenti sui prezzi dei beni globali.

 

“La priorità alla competitività esterna e la forte disuguaglianza di reddito ha dato origine alla nuova politica di "prosperità comune" del governo, parte della serie di annunci economici e normativi del 2021 - commenta David Rees, Senior Emerging Markets Economist di Schroders - Se portasse ad aumenti salariali imposti a livello centrale che superano di gran lunga la produttività, allora potrebbero emergere dei problemi. Nel lungo periodo, un simile scenario potrebbe causare lo spostamento della produzione verso altri mercati più competitivi, come il Vietnam.

Tuttavia, nel breve periodo, il dominio della Cina in molti settori renderebbe difficile per i consumatori diversificare rapidamente l'approvvigionamento verso altri Paesi, con conseguente aumento dei prezzi dei beni a livello globale”.

 

La Cina, che è stata tra i principali contributori all’epoca di disinflazione che abbiamo vissuto finora, sarà quindi ora tra i maggiori creatori di inflazione?

“Il rischio di una rapida crescita dei salari superiore alla produttività deve essere monitorato attentamente, ma non ci aspettiamo che si verifichi - mette in chiaro Rees - Le recenti riforme della gig economy (ad esempio, la società di ride-hailing Didi ha aumentato del 50% le commissioni per gli autisti) vanno viste nel contesto di una maggiore regolamentazione globale dei nuovi settori, che non è necessariamente un'indicazione della direzione che seguiranno i policymaker in Cina”.

 

E nemmeno la diminuzione progressiva della popolazione in età lavorativa (che si ridurrà di oltre il 10% nei prossimi due decenni) dovrebbe esercitare meccanicamente una pressione al rialzo sui salari locali e sui prezzi dei beni globali.

Il caso del Giappone, Paese esportatore che da tempo soffre di un costante calo demografico e un progressivo invecchiamento della popolazione è un chiaro esempio.

 

E allora a cosa occorre guardare? “L'interruzione delle catene di approvvigionamento globali durante la pandemia di Covid-19 e le linee di frattura aperte dall'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, hanno fatto sì che le richieste di una maggiore sicurezza delle catene di approvvigionamento diventassero sempre più forti e ci sono alcuni esempi di aziende che hanno iniziato a trasferirsi dalla Cina - commenta Rees - Spostare la produzione, o anche solo creare hub produttivi regionali, comporta un costo che le aziende con potere di determinazione dei prezzi potrebbero trasferire ai consumatori”.

“È questa la grande minaccia per i prezzi dei beni globali, non il mercato del lavoro cinese” conclude l’economista di Schroders.

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