La spesa pubblica in deficit è semplicemente uno schema per la confisca della ricchezza. Alan Greenspan
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13/06/2019

Natixis IM: le 3 fasi della Trade War

di Advisor Professional

La News

Commercio e dazi dominano le prime pagine dei giornali, ma le vere problematiche sono più complesse, con probabili implicazioni negative per gli investitori nel prossimo futuro. Quali sono e che effetto avranno sui mercati?

Ce ne parla David F. Lafferty, Chief Market Strategist di Natixis Investment Managers.

Per comprendere al meglio i complessi risvolti del conflitto commerciale in atto tra USA e Cina può essere utile suddividerlo in tre fasi distinte.

 

Fase uno: scetticismo di base

Mentre, inizialmente, il Presidente Trump si era concentrato sulla rinegoziazione del NAFTA, era chiaro che il disavanzo commerciale bilaterale tra Stati Uniti e Cina (pari a 400 miliardi di dollari) sarebbe diventato il parafulmine di un conflitto.

Afferma, pertanto Lafferty:

"Non abbiamo mai creduto all’idea che, essendo esportatore netto verso gli Stati Uniti, sarebbe stata proprio la Cina a “perdere di più” se fosse scoppiata una guerra commerciale. Fin dal primo giorno abbiamo sostenuto che, dietro le scene, il conflitto commerciale tra Stati Uniti e Cina sia in realtà un conflitto sulla politica industriale e, in particolare, sul programma “Made in China 2025” (MIC2025).

Il MIC2025 del resto ha l’obiettivo di portare la Cina a diventare un player mondiale dominante in oltre 30 settori industriali importanti e tecnologie emergenti – dall’IA alla robotica, fino all’energia verde e ai semiconduttori, trasformandola di fatto nella superpotenza economica di domani.

In aggiunta a questa minaccia sfrontata per la potenza economica americana, la Cina ha giocato molto liberamente con le regole per riuscire a portare a casa guadagni economici significativi.

Qualche esempio per capire di cosa parliamo?

I casi comprovati di furto di proprietà intellettuale, il trasferimento forzato di tecnologie, la limitazione della concorrenza estera e/o l’obbligo di costituire joint venture, la concessione di aiuti governativi a settori protetti e l’introduzione di altre barriere non tariffarie, solo per citarne alcuni. 

Alla base di tutto rimangono, dunque, solo numeri e proporzioni.

Il deficit commerciale non è altro che una grandezza matematica: la Cina produce più di quanto consumi e gli Stati Uniti consumano più di quanto producano. Le promesse cinesi di acquistare più merci USA avranno soltanto un effetto marginale. Cambiare le abitudini di consumo e di spesa delle due maggiori economie mondiali è un problema più ostico. 

Ed è proprio qui che risiede la base dello scetticismo dell'esperto di Natixis Investment Managers, ben radicato nell’idea che ci sia poco spazio per un accordo commerciale grandioso – il classico paradosso dell’incontro tra un oggetto inamovibile e una forza irresistibile.

 

Fase due: cinico ottimismo 

Quarto trimestre 2018: la tesi apparentemente valida fino a quel momento viene messa decisamente in discussione. La crescita globale subisce un notevole rallentamento e, a differenza dei precedenti accessi di debolezza economica, questa non è concentrata solo sull’Europa, ma anche in maniera significativa sugli USA e sulla Cina. Ciò finisce inevitablimente per riversarsi anche sui mercati con le principali piazze azionarie che registrano ingenti correzioni.

Mentre l’ira degli dei della macroeconomia cresce, Trump e Xi capiscono dunque che è ormai necessario trovare spazi di compromesso. Anche se il problema dell’incontro tra oggetto inamovibile e forza irresistibile non è stato di fatto affrontato, gli investitori giungono alla conclusione che le parti troveranno comunque una soluzione, anche perché non hanno altra scelta.

Afferma, perciò, Lafferty:

"Nel periodo compreso tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019, prima del recente stallo nelle trattative, abbiamo ritenuto che un accordo commerciale tra USA e Cina fosse probabile al 70%: nient’altro che una supposizione, che dava però per probabile un accordo, pur non ritenendolo affatto sicuro. La nostra posizione era tuttavia improntata al cinismo: forse si sarebbe arrivati a un accordo, ma si sarebbe comunque trattato di un accordo di scarso valore. Perché? Considerate la fase uno: essenzialmente gli Stati Uniti avrebbero sempre potuto minacciare l’introduzione di nuovi dazi se la Cina non avesse rispettato le regole, così come definite dal Presidente Trump. La nostra impressione era che la Cina non avrebbe voluto o potuto rispettare le condizioni di un accordo e che gli Stati Uniti sarebbero stati nuovamente costretti ad agire… rispedendoci al punto di partenza."

 

Fase tre: ancora un déjà vu

Il ritorno al punto di partenza si è poi rivelato più rapido del previsto. Proprio come la bassa marea aveva intrappolato Xi e Trump al tavolo del negoziato, la marea crescente alimentata dal miglioramento dei dati economici e da un mercato azionario di nuovo alle stelle nel 2019 ha, infatti, sollevato i leader dall’incombenza di prendere decisioni drastiche. 

Ciò risulta perfettamente in linea con la tattica che gli osservatori attribuiscono alla Cina: aspettare le mosse di Trump, la cui capacità di attesa di un accordo è decisamente più breve di quella di Xi.

Afferma, quindi, l'economista di Natixis IM:

"In assenza di nuovi appuntamenti ufficiali programmati, i mercati sono in attesa del prossimo incontro tra Trump e Xi al vertice G20 di fine giugno. Abbiamo quindi abbassato a non più di 50/50 la nostra ipotesi di probabilità di un accordo entro quest’anno. Può sembrare una scappatoia e, in effetti, lo è. Potremmo definirla come l’incontro tra un problema inamovibile e una speranza irresistibile."


Quali i possibili danni collaterali di una strategia di questo tipo?

 

Scoprili nell'approfondimento completo disponibile QUI.

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