28/09/2022

Tutelare il portafoglio con l’engagement

La News

L’attività di engagement non è una moda, ma una strategia adottata dal team per tutelare i propri investimenti.

A riassumere il tema è Marte Borhaug, Head of Sustainable Outcomes del team International Equity di Morgan Stanley IM.

 

“Il nostro obiettivo è conseguire i migliori risultati per i nostri clienti attraverso rendimenti interessanti nel lungo termine. A tal proposito, investiamo in aziende che hanno la capacità di generare risultati redditizi da oggi ai prossimi 5, 10 e persino 20 anni.

Sosteniamo le società che possiedono le caratteristiche necessarie per restare leader nel lungo termine quindi caratterizzate da ricavi ricorrenti, potere di determinazione dei prezzi e una solida gestione, ma che soprattutto investono nella gestione e nel miglioramento del proprio impatto ESG.

Il coinvolgimento diretto da parte del gestore di portafoglio è, a nostro avviso, fondamentale per capire se le aziende e il management sono in grado di offrire risultati in questo ambito”.

 

“Concentriamo i nostri sforzi e il nostro impegno sui problemi che, nel lungo termine, riteniamo siano più importanti per le società nei nostri portafogli” mette in chiaro la manager di Morgan Stanley IM.

 

Ecco tre esempi di engagement.

 

Il settore bancario è oggetto di un’attenzione sempre maggiore in tema di decarbonizzazione, non per le emissioni generate dalle sue attività, ma per il modo in cui contribuisce al cambiamento climatico attraverso le attività bancarie, ad esempio concedendo prestiti diretti alle imprese o aiutandole a quotarsi in borsa o a emettere titoli di debito.

L’obiettivo è far si che le banche facciano di più per approfondire la conoscenza delle proprie emissioni finanziate. L’istituto ha fissato obiettivi a lungo termine, tra cui un obiettivo climatico generale per raggiungere emissioni nette di gas serra pari a zero quanto prima e al più tardi entro il 2040. Inoltre, entro il 2025, almeno il 20% dei finanziamenti erogati dovrà essere definito “verde”.

“Il risultato che ci prefiggiamo per le banche che abbiamo in portafoglio è che completino la valutazione delle emissioni finanziate dei loro portafogli, che mettano in atto misure per gestire queste emissioni in linea con l’Accordo di Parigi, tramite una verifica indipendente, e che ne diano comunicazione agli investitori. Ci attendiamo che questo costituisca uno dei temi centrali del nostro continuo engagement con la banca e monitoreremo i suoi progressi”.

 

L’attività di engagement con uno dei più prestigiosi produttori di cosmetici mondiali è volta a verificare i progressi compiuti sul fronte della decarbonizzazione e per discutere l’importanza dell’innovazione nell’ambito dell’approvvigionamento sostenibile e dell’economia circolare.

L’azienda ha già raggiunto il 100% di utilizzo di energia rinnovabile negli Stati Uniti, arrivando persino a vendere il surplus durante il blackout che si è verificato in Texas. Tuttavia, occorre saperne di più sui piani messi in atto per le emissioni di ambito 3, percentuale significativa dell’impronta di carbonio totale di un’azienda.

L’azienda ha fatto sapere di avere come obiettivo una riduzione del 60% delle emissioni di ambito 3 e per raggiungere questo obiettivo deve cooperare con la filiera produttiva, cioè con i principali fornitori che devono presentare informative allineate ai criteri del CDP (associazione no profit che gestisce un sistema di informativa globale che consente ad aziende e altri soggetti di gestire il proprio impatto ambientale).

Per l’approvvigionamento di ingredienti e materiali sostenibili, infatti, anziché rivolgersi solo ai fornitori leader del momento, l’azienda cerca di promuovere il miglioramento degli standard di tutti i suoi fornitori. Nel prendere le decisioni sugli acquisti, gli aspetti e le esigenze di sostenibilità vengono integrati nel processo.

 

Un’azienda francese, tra i maggiori produttori di vino e liquori presente in portafoglio aveva un CdA composto interamente da europei bianchi, pur operando a livello globale. L’attuale mancanza di diversità nei ruoli aziendali di alto livello, una situazione che affligge tutti i settori, non solo ha un evidente impatto negativo sullo sviluppo del capitale umano per chi è sottorappresentato, ma rappresenta anche un rischio finanziario. È stato infatti dimostrato che le aziende con una maggiore diversificazione ai vertici sovraperformano quelle meno diversificate.

“A novembre 2021, abbiamo appreso con piacere della nomina di un membro del CdA donna di origini indiane, che porta con sé un’esperienza commerciale maturata in Australia e in Asia. Pur riconoscendo che la società ha ancora molta strada da fare, ci conforta il fatto che sia stato intrapreso un nuovo percorso e consideriamo questa nomina un risultato positivo. Continueremo l’engagement con l’azienda, seguendo la nostra lista di controllo per la diversità, l’equità e l’inclusione, insistendo per ottenere dati, maggiore trasparenza e percorsi di cambiamento credibili”.

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