Le tre condizioni perché le banche centrali cambino atteggiamento

27/06/2022

Le tre condizioni perché le banche centrali cambino atteggiamento

La News

“La buona notizia, per i mercati finanziari, è che molte cattive notizie sembrano in gran parte incorporate e le valutazioni penalizzate anche dall’aumento dei tassi d’interesse appaiono in chiave storica tornate a livelli interessanti”. Dopo un primo semestre di discesa per quasi tutte le asset class, Marco Mossetti, Senior Strategist di Credit Suisse AM, inquadra lo scenario macroeconomico che ci attende per i prossimi mesi, con i mercati finanziari che rimangono condizionati dall’atteggiamento delle Banche centrali.

“L’impennata dei tassi colpisce duramente il comparto del reddito fisso, ma allo stesso tempo alimenta i dubbi sulla sostenibilità del ciclo economico, un fattore negativo per il mercato azionario - analizzano gli esperti - La Federal Reserve come sappiamo è impegnata in una rapida sequenza di rialzi dei tassi di interesse, con interventi che si preannunciano molto aggressivi nelle prossime due riunioni. Ora gli occhi sono puntati su settembre nella speranza che l’atteggiamento della Fed possa diventare più accomodante al verificarsi di tre condizioni: un rallentamento “chiaro e convincente” dell’inflazione, una moderazione della crescita dei salari ed infine una considerevole stretta delle condizioni finanziarie”.

 

Vediamo in dettaglio a che punto sono le due variabili chiave che potrebbero far cambiare idea alla Federal Reserve.

 

Inflazione. Siamo di fronte a una tendenza favorevole nella componente “core” che ha registrato un picco a marzo, ma la velocità di rientro sembra piuttosto modesta. Lo scorso anno l’aumento dei prezzi era stato causato quasi interamente dall’inflazione sui beni durevoli, quest’anno le pressioni inflazionistiche stanno interessando un maggior numero di voci di spesa.

Appare probabile un rientro veloce sulla componente beni di consumo dove un rallentamento della domanda unito ad un graduale miglioramento nella catena di approvvigionamento dovrebbe portare i prezzi a stabilizzarsi o addirittura calare nell’anno. Altri fattori d’inflazione come materie prime e servizi sono ancora in crescita e una stabilizzazione dei prezzi dell’energia non sembra essere all’orizzonte. Così come nelle categorie legate agli affitti - e in generale all’immobiliare – oltre che a settori come ristorazione e turismo.

 

Mercato del lavoro Usa. La tendenza sembra quella giusta, ma la velocità di rientro appare piuttosto lenta e mostra un modesto calo del numero di nuovi posti di lavoro, non sufficiente per un auspicabile rallentamento della crescita dei salari. Il ritmo di creazione di lavoro è passato da 600mila unità al mese nell’ultimo anno ai circa 400mila degli ultimi mesi, ma servirebbe un dato mensile più vicino alle 100mila unità per invertire la tendenza e portare a un rallentamento della dinamica dei salari più coerente con gli obiettivi di inflazione.

 

E in Europa? “La situazione appare ancora più delicata - riassumono da Credit Suisse - Gli ultimi dati dell’Eurozona mostrano una inflazione “headline” in crescita dell’8,1% anno su anno, quella “core” del 3,8% anno su anno con un’accelerazione sia sulla componente beni di consumo sia servizi. Stimiamo un picco per l’inflazione europea nel terzo trimestre dell’anno”.

 

Qual è la view quindi? “Tutto questo fa pensare che la BCE, a differenza della FED, si trovi in una posizione più scomoda con dati di inflazione ancora in accelerazione e rischi sul ciclo economico rilevanti. Il primo campanello d’allarme è rappresentato dall’allargamento degli spread della periferia e il secondo rischio è quello del taglio delle forniture di gas che stimiamo possano avere un impatto negativo tra lo 0,5% lo 0,8% sul Pil 2022 e tra l’1 e il 2% l’anno prossimo”.

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