26/11/2021

Europa e Cina, l’impatto della scarsità energetica

di Advisor Professional

La News

L’attuale crisi energetica è il frutto di pressioni a breve termine e degli squilibri legati alla transizione ecologica. Europa e Cina stanno soffrendo di più rispetto ad altre aree perché sono quelle che importano le maggiori quantità di gas naturale. Monica Defend, Global Head of Research e Lorenzo Portelli, Head of Cross Asset Research di Amundi AM sottolineano che “la scarsità energetica a livello mondiale non è lo scenario più probabile nel 2022, ma le turbative nel settore energetico avranno ripercussioni sull’inflazione e peseranno sulla crescita e sui margini degli utili”.

 

L’Europa e l’Asia si trovano in una posizione scomoda per quanto riguarda la produzione di gas perché da sempre sono i maggiori importatori netti e il deficit da colmare nei prossimi anni sarà quindi enorme”, spiega Defend. “In Europa, le pressioni sulla domanda di gas naturale sono diventate eclatanti perché l’aumento del fabbisogno è stato soddisfatto a fatica dai due fornitori principali: Russia e Norvegia. In Cina, complice un'estate torrida e asciutta, la domanda di energia è stata considerevole. In genere, circa il 65% del consumo di elettricità è alimentato dal carbone e il 17% dall'idroelettrico. Tuttavia, la fornitura di energia per entrambe le fonti è stata limitata: per quanto riguarda il carbone, la produzione interna ha incontrato una serie di difficoltà per via delle riforme regolatorie degli obiettivi relativi alla limitazione delle emissioni, mentre la produzione dell’energia idroelettrica ha risentito dell’estate asciutta. Di conseguenza, c’è stata una forte domanda di gas naturale in Cina”.

 

“Il settore dell'energia, soprattutto in Europa, rimarrà sotto pressione - afferma Portelli - perché stiamo per entrare nella stagione invernale con scorte di gas storicamente basse e perché la Russia e la Norvegia non riusciranno ad aumentare a breve le loro forniture all’UE: l’unica magra consolazione è che le forniture di gas russo all’Europa sono già più alte rispetto ai livelli pre Covid-19. Il nostro scenario centrale non prevede una crisi energetica in inverno, ma le turbolenze e il rincaro dei prezzi peseranno sulla crescita europea attraverso la forte inflazione, i consumi delle famiglie, la diminuzione degli utili aziendali e il calo della produttività”, prosegue l’esperto.

 

“Se la morsa energetica dovesse stringersi ancora di più e se i prezzi dovessero andare fuori controllo, è prevedibile una reazione del gruppo dei Paesi produttori. Infine, anche se il passaggio dal carbone al gas e al petrolio supporterà sul lungo periodo questi mercati, il contributo ciclico dell’economia alla domanda dovrebbe diminuire nel 2022 perché la crescita rallenterà verso livelli tendenziali. In linea con le stime ufficiali dell’AIE, prevediamo quindi che entro la fine del 2022 il prezzo del petrolio scenderà al di sotto degli 80 dollari al barile”, concludono gli analisti.

 

 

 

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