06/04/2021

Mercati in una bolla. Illusione o realtà?

di Advisor Professional

La News

Pochi giorni fa il New York Times si poneva la seguente domanda: “Quando un mercato toro diventa una bolla? Esattamente dodici mesi fa il mercato azionario si lasciava alle spalle “i dieci giorni che sconvolsero il mondo” e cominciava la corsa verso nuovi record a dispetto di una situazione globale drammatica e di un crollo nell’attività economica mai visto in tempi di pace. “Dal 23 marzo 2020 lo S&P 500 è salito di circa il 75%, alcuni titoli del settore tecnologico hanno registrato performance a tre cifre, stellari quelle delle criptovalute: l’unica risposta possibile alla domanda dell’autorevole quotidiano sembra solo una, un granitico “sì, siamo in una bolla”. Ma il quesito posto dal giornale è più sottile, chiede quale sia il momento in cui una fase di crescita dei prezzi si trasforma in una bolla pronta a deflagrare e allora la risposta è tutt’altro che granitica, esige semmai un supplemento di attenzione”, ha sottolineato Carlo Benetti, market specialist di GAM Investments. “In termini squisitamente semantici, si può parlare con certezza di una bolla dei prezzi solo dopo la sua deflagrazione. La semantica, evidentemente, non è di nessun aiuto, almeno non qui e non ai nostri scopi. Ma non aiutano neppure i principali indicatori di Wall Street perché, per quanto “tirati”, si oppongono altrettanto buoni argomenti a confutazione”, ha aggiunto l’analista.

 

“L’evidenza storica mostra che il più delle volte le bolle sono relative a pochi settori: fu così per la bolla dei bulbi di tulipani e anche nel 1824-25, quando la bolla fece deflagrare i prezzi delle compagnie minerarie attive nell’America Latina quotate a Londra. La situazione di oggi non è molto diversa” annotava mesi fa il notista finanziario del Wall Street Journal che, tenendo conto del peso sugli indici dei giganti del tech, ha ricalcolato lo S&P 500 attribuendo ugual peso a tutti i settori. Ne risulta un mercato non economico ma neppure troppo tirato. Il fuoco è circoscritto ad alcune aree, qualche nome della tecnologia, titoli quotati di recente, società attive nelle energie alternative. Ma se è vero che le bolle sono il più delle volte confinate in parti del mercato, è altrettanto vero che l’effetto domino travolge il mercato intero che, oggi, si trova in una condizione di “fase tarda” del ciclo”, ha aggiunto Benetti.

 

“Come ha più volte ricordato il professor Legrenzi, non esistono portafogli invulnerabili alle oscillazioni dei prezzi, esistono però portafogli che diventano anti-vulnerabili quando piuttosto che cercare di evitare i bruschi, ma ineludibili, movimenti del mercato si preparano all’incendio predisponendo opportune barriere tagliafuoco. La prima e più importante barriera “tagliafuoco” dei portafogli è, senza sorpresa, la diversificazione. L’allocazione delle classi di attivo secondo i criteri della decorrelazione è un esercizio che richiede competenze e intelligenza. Un’altra barriera tagliafuoco è un posizionamento “barbell”, pesi distribuiti alle estremità: da una parte l’esposizione con attività rischiose al beta di mercato, alla direzionalità, dall’altra l’opportuno posizionamento su strategie a protezione, alternative, multi-asset a bassa volatilità. La valutazione di queste ultime strategie è più complessa rispetto alla scelta dei beta di mercato, è un banco di prova della valenza del selezionatore. La sfida è il valore aggiunto nella ricerca e definizione della diversificazione efficace”, ha concluso Benetti.