02/03/2021

L’enigma dell’economia cinese

di Advisor Professional

La News

Per la Cina il 2021 è un anno importante, il prossimo luglio sarà il centesimo anniversario della fondazione del partito comunista cinese. Carlo Benetti, market specialist di GAM Investments, ha analizzato le contraddizioni dell’economia cinese che cresce a tassi invidiabili a dispetto della mancanza di una cultura di mercato, di istituzioni che ne tutelino il funzionamento e della presenza invasiva del governo.

 

Sotto il regime di Mao e del partito comunista la Cina rimase un paese povero. Dopo la sua morte, Deng Xiaoping fu tra i primi a capire l’insensatezza del modello collettivista e la necessità di riformare l’intera struttura dell’economia. L’esodo verso le fabbriche assecondò l’inurbamento e lo sviluppo delle città, stimolo ad altro lavoro e a rapidi miglioramenti produttivi, negli anni ’90 le esportazioni divennero il nuovo motore della crescita. Lo strumento più importante per quella fase di crescita impetuosa furono le grandi società pubbliche, le SOE, State-Owned Enterprises. A differenza delle società private, costantemente alle prese con efficienza e produttività, le SOE non hanno vincoli di bilancio davvero stringenti e hanno sempre accesso alle linee di credito. Dal 1978 le SOE sono passate attraverso varie riforme e se nel 2000 la classifica di Fortune Global 500 annoverava appena una decina di società cinesi, vent’anni dopo il numero è salito a 124, più di quelle francesi, inglesi e tedesche messe assieme; le società americane sono 121. Oggi la classifica delle maggiori società mondiali è una corsa a due tra Stati Uniti e Cina, i due paesi rappresentano da soli metà della lista. Il quadro però cambierebbe radicalmente se la classifica venisse composta in base a redditività e profittabilità, scarsa efficienza e alto indebitamento non sono la miscela giusta per il successo, anche per le società pubbliche. La presenza invasiva del governo cinese ha portate le SOE ad avere alti tassi di occupazione e bassissimi livelli di produttività.

 

Da questa analisi si può riconoscere il “China puzzle”, l’enigma di una economia gigantesca che cresce a tassi invidiabili a dispetto della mancanza di una cultura di mercato, di istituzioni che ne tutelino il funzionamento, della presenza invasiva del governo. Benetti sottolinea che “questa radicale contraddizione, nonostante non faccia della Cina la “bomba a orologeria” di cui alcuni economisti parlavano un po’ di anni fa, resta un esperimento che sfida la sequenza “primato della legge-diritti civili-diritti economici”. Compendio e sintesi di queste contraddizioni sono proprio le società controllate dal governo, inefficienti, finanziariamente deboli eppure propulsori della crescita. Nel corso del 2021 è probabile che altre società improduttive e finanziariamente fragili verranno “guidate” fuori dal mercato con default controllati, il governo ha promesso da una parte tolleranza zero verso il “rischio morale” e i tentativi di non onorare gli impegni finanziari tramite i default, dall’altra si impegna a evitare che i singoli default si trasformino in rischio sistemico: con un debito complessivo attorno al 280% del PIL, è un rischio da evitare a ogni costo”.

 

Tra pochi mesi, a luglio, il partito comunista cinese e il premier Xi Jinping celebreranno con solennità il centesimo anniversario del congresso fondativo. Il governo vorrà presentare la Cina, ai propri cittadini e alle pubbliche opinioni mondiali, come modello di efficienza, il paese che ha rapidamente debellato il contagio del Covid-19 e rimesso la propria economia in marcia spedita. Farà di tutto per non far mancare carburante ai quattro motori che sostengono la ripartenza, l’industria, le infrastrutture, i consumi interni, la tecnologia. “I piani di crescita e il supporto governativo sostengono dunque le prospettive degli asset finanziari cinesi ed emergenti: con il contributo del dollaro debole il “caso” della Cina e dei mercati emergenti resta intatto”, sottolinea Benetti.

 

In questo momento il rischio di inflazione incombe sui mercati. L’aumento dei rendimenti preoccupa ovviamente i detentori di obbligazioni e, per la diminuzione del premio al rischio, impensierisce gli investitori in azioni. Benetti consiglia di non dimenticare che le correzioni e la volatilità costituiscono una componente ordinaria della vita dei mercati. “Non sappiamo se ci sarà davvero lo scontro tra mercati e Fed, ma sappiamo che se si dovesse verificare sarà bene avere una buona diversificazione su titoli e settori con scarpette da corsa per “battere” le obbligazioni governative e societarie delle economie avanzate”, conclude l’analista.