22/02/2021

Il destino delle big tech

di Advisor Professional

La News

È possibile avere troppo successo, diventare troppo influenti o essere semplicemente troppo grandi? Secondo il team di Capital Group, per capirlo dobbiamo aspettare mesi o anni, quando le maggiori società tecnologiche e della tecnologia di consumo al mondo dovranno confrontarsi con una regolamentazione e un controllo antitrust sempre più severi.

 

Da anni i governi stanno tentando di “tirare le briglie” delle big tech, ma il 2021 fungerà probabilmente da spartiacque a causa di una serie di pressioni crescenti. Le forze politiche, sociali e di mercato si stanno unendo per passare al setaccio realtà come Alphabet, Amazon, Apple, Facebook, Microsoft e molte altre. “Viste le loro enormi dimensioni, queste aziende finiranno nel mirino di molti stakeholder della società, inclusi gli enti governativi e le autorità di regolamentazione”, ha spiegato Mark Casey, responsabile di portafoglio in Capital Group e da oltre 20 anni esperto del settore tecnologico. Inoltre, la pandemia di Covid-19 ha accelerato la crescita di molte realtà tecnologiche, aumentandone il potere e l’influenza durante una grave crisi economica globale.

 

Queste circostanze pongono un enorme rischio a livello normativo e di legislazione antimonopolistica. A ottobre, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha avviato una causa antitrust contro Google, accusando il gigante dei motori di ricerca di ostacolare la concorrenza. A dicembre, la Federal Trade Commission ha citato in giudizio Facebook per motivi simili. Molti Stati americani si sono uniti a questi contenziosi storici e innumerevoli sono anche sforzi legislativi in corso a livello statale e federale. “A rendere questo processo così complicato,” ha osservato Casey, “è in parte il fatto che i Democratici hanno numerose questioni aperte con queste aziende, per lo più relative ad antitrust, privacy e discorsi d’odio, mentre i Repubblicani le additano in particolare per una presunta censura delle opinioni conservative. La situazione per queste società non è per niente facile: non basterà apportare qualche piccola modifica, sperando di fare tutti contenti”.

 

Nei loro tentativi di limitare il potere delle big tech, i politici e le autorità di regolamentazione statunitensi possono prendere spunto dall’Europa. Le autorità europee, infatti, hanno adottato disposizioni normative molto più aggressive, compresa la minaccia di ingenti multe in caso di violazione della tutela dei dati o di comportamenti anticoncorrenziali. “Molte di queste disposizioni sono già state implementate dalle piattaforme Internet statunitensi proprio in virtù delle normative europee”, ha affermato Brad Barrett, analista di Capital Group che si occupa di società Internet ad-supported. “L’Europa non ospita molti campioni nazionali nel settore dei social media, motivo per cui è forse più facile per l’UE adottare provvedimenti più restrittivi in quest’ambito e per gli Stati Uniti seguirne eventualmente l’esempio.”

 

Come dovrebbero valutare gli investitori le prospettive per le big tech, in vista dei possibili interventi dei governi nei prossimi anni? Le valutazioni aziendali riflettono questo rischio? Se si considerano le azioni dei FAANG come un indicatore del rischio normativo, le due aziende attualmente al centro di controversie legali di alto profilo, Facebook e Alphabet, scambiano a un rapporto prezzo-utili di gran lunga inferiore rispetto, ad esempio, ad Amazon e Netflix. Secondo Tracy Li, analista di Capital Group esperto di società Internet, queste aziende operano in mercati enormi e in crescita, hanno uno storico pluriennale di aumento del fatturato e sono molto redditizie. Se non ci fossero i rischi normativi, scambierebbero a multipli ancora più elevati. Nell’improbabile eventualità che una o più di queste società finiscano per crollare, non è assurdo pensare che alcune delle spin-off potrebbero addirittura valere di più da sole che all’interno del gruppo. A volte, infatti, le singole parti valgono più dell’insieme. “Il fatto che tutte queste aziende appartengano a uno stesso gruppo tende a oscurarne il valore individuale”, ha sottolineato Li. “Come già dimostrato da precedenti cause antitrust, ad esempio con la dissoluzione di AT&T o Standard Oil, queste circostanze offrono agli azionisti di lungo termine opportunità piuttosto interessanti”.