06/08/2020

Fintech e Paesi Emergenti: un trend da seguire

di Advisor Professional

La News

Inclusione finanziaria”: è il termine che aiuta a spiegare l’avanzata del fintech nei Paesi emergenti. Si tratta di un trend che da una parte spinge a una maggiore domanda di tecnologia (hardware e reti) e dall’altra al radicamento di un sistema finanziario locale.

“Le lacune del sistema bancario hanno limitato l’espansione commerciale, frenando la domanda dei consumatori e ostacolando la crescita economica complessiva - spiegano gli esperti di Bnp Paribas AM - Ad esempio, molte banche tradizionali sono riluttanti a impegnarsi con i soggetti meno abbienti e con le piccole e microimprese. Di conseguenza, milioni di persone non hanno accesso a servizi finanziari come una banca, un conto di risparmio o qualsiasi altro conto di transazione. Sono quelli che si definiscono soggetti non bancabili”.

 

La tecnologia finanziaria ha così permesso a Paesi come il Kenya e la Cina di ottenere un successo commerciale: il fintech ha promosso uno degli obiettivi fondamentali per la sostenibilità dello sviluppo globale (l’inclusione finanziaria appunto) fornendo accesso a piattaforme e servizi di pagamento, compreso il credito, e contribuendo così a ridurre disuguaglianze e alleviare la povertà.

“Sebbene negli ultimi 20 anni siano stati compiuti notevoli progressi, che hanno consentito a molte persone in tutto il mondo di raggiungere lo status di “bancabili”, un terzo degli adulti a livello globale resta escluso dall’universo finanziario - mettono però in chiaro da Bnp Paribas AM - Ciò dimostra che la strada da percorrere è ancora lunga e il potenziale di miglioramento elevato.

Un’inclusione diffusa potrebbe far aumentare il PIL di tutte le economie emergenti del 6%, ossia di 3.700 miliardi di dollari, entro il 2025, e contribuire alla creazione di 95 milioni di posti di lavoro”.

 

Certo, non mancano gli aspetti negativi: con un numero sempre più nutrito di operatori che si contendono una fetta della crescita, l’estensione del credito senza un’adeguata supervisione o controlli del rischio può rivelarsi controproducente. Il successo dei regolatori cinesi nel bilanciare un approccio “attendista” con misure per prevenire o contrastare le frodi e la corruzione e per centralizzare i pagamenti in una piattaforma di compensazione nazionale può diventare un modello per molti paesi.

 

In tutto questo però le opportunità non mancano. “Gli operatori bancari tradizionali stanno iniziando a rinnovarsi e a promuovere prodotti più inclusivi, sfruttando proprio la tecnologia. Quelli storici che sapranno adattarsi, riusciranno a emergere più forti di prima e potrebbero persino avviare collaborazioni in campo fintech, assorbire interessanti realtà specializzate in tecnofinanza o acquistarne delle quote, come per altro sta già accadendo in Cina, Brasile e India”.

 

Ecco tre esempi di cosa sta succedendo in questi Paesi.

In Cina – nel 2017 al primo posto fra le nazioni “unbanked” – legioni di società fintech sono sorte in un settore che ha raccolto con successo grandi quantità di fondi, ma sta anche dispiegando risorse all’estero, come ad esempio in India e nel sud-est asiatico.

Gli investimenti in servizi e dispositivi wireless 4G a prezzi abbordabili ne hanno permesso la rapida diffusione anche nell’India rurale, dove Internet non esisteva. È ovvio quindi che i giganti della tecnologia cinese siano in competizione con gli Stati Uniti e con i concorrenti globali per questo mercato, visto che il potenziale di crescita offerto dai giovani e dall’espansione demografica in India supera quello della Cina.

In Brasile, le autorità di regolamentazione hanno aperto mercati precedentemente chiusi, consentendo la crescita del fintech. La stessa banca centrale brasiliana sta lanciando un sistema di pagamenti istantanei – PIX – in quello che è essenzialmente un mercato a vocazione bancaria, ma dove molti servizi finanziari erano inaccessibili per mancanza di concorrenza.