03/08/2020

Il principio attivo è un algoritmo

di Advisor Professional

La News

Gli automi chirurghi e le capsule mediche capaci di guarire dalle più svariate malattie popolano da sempre le storie di fantascienza. Ma quelle, appunto, sono solo storie, anche se più vicine alla realtà di quanto spesso si creda.


La chiamano digital health – e i puristi della lingua italiana salute digitale – un po’ come se si trattasse di una novità. Ma da un punto di vista concettuale non è altro che il sempiterno utilizzo della tecnologia per migliorare la nostra salute. Per trovare l’invenzione che più di tutte ha impattato sul benessere globale, e sulla vita in salute dell’umanità, dovremmo tornare indietro di qualche migliaio di anni, intorno al 2000 avanti Cristo. L’epoca dell’arrivo di una formidabile strumentazione: la fognatura. Oppure si potrebbe parlare dell’anestesia, dei vaccini, del microscopio, degli antibiotici e dei raggi X. Sono passati secoli, ma ancora oggi – di fatto – siamo all’interno di un lunghissimo trend in cui ciascuna innovazione e ciascuna scoperta scientifica viene applicata, in modo più o meno fortunato, al prolungare la vita umana e al migliorare la qualità dell’esistenza stessa.
Ecco perché oggi, nell’era della grande evoluzione informatica e della rete globale, la tecnologia che più di tutte può impattare sulla nostra salute è proprio il digitale. E, a differenza di molte altre tecnologie che l’hanno preceduto, ha per la prima volta nella storia un potenziale trasversale a tutte le discipline mediche, spaziando nelle sue applicazioni dalla chirurgia alla diagnostica, dallo studio dei genomi allo sviluppo dei farmaci, senza dimenticare le straordinarie opportunità offerte in termini di gestione dei sistemi sanitari e ospedalieri, oltre che di telemedicina.


E se è vero che il digitale ha fatto il suo ingresso nel mondo della salute in ritardo rispetto ad altri settori, dalla finanza all’informazione, ormai è evidente a tutti come proprio il comparto health sia fra quelli dove il connubio con il digital può garantire i migliori benefici. Le applicazioni sono così numerose da non poter essere nemmeno elencate per intero: dalla chirurgia robotica, che assiste e potenzia le abilità dell’operatore umano, si spazia fino alle simulazioni nei grandi centri di calcolo, che confrontano miliardi di molecole conosciute per valutare quelle con la miglior probabilità di curare una data patologia. Dalle tecnologie di stampa 3d, con cellule vive per la creazione di organi trapiantabili, ai sistemi di analisi delle immagini, capaci di riconoscere le malattie e proporre diagnosi esplorando per analogia enormi banche dati. Tutti ambiti in cui, peraltro, filoni come l’intelligenza artificiale, gli algoritmi di apprendimento automatico e le nuove reti di telecomunicazione di quinta generazione possono moltiplicare le potenzialità.
Per dare una dimensione ancora più concreta di che cosa già oggi significhi digital health, sono già stati svolti (a partire dalla Cina) interventi chirurgici in cui il primo operatore si trova a centinaia di chilometri dal paziente e aziona da remoto la strumentazione. E sono già state approvate e validate scientificamente diverse terapie digitali, dei veri e propri analoghi delle terapie farmacologiche in cui il principio attivo non è una molecola bensì l’algoritmo di un software, e la terapia non viene somministrata nel corpo ma sotto forma di videogiochi o di immersione in una realtà virtuale, per indurre una modifica comportamentale. Queste terapie hanno bisogno di prescrizione medica, hanno un proprio foglietto illustrativo e una serie di documentazioni basate su evidenze scientifiche che ne dimostrano l’efficacia, proprio come accade con i farmaci tradizionali. E se vi state chiedendo a che cosa siano utili, tra le indicazioni terapeutiche già approvate ci sono terapie digitali contro la depressione, le dipendenze, i disturbi dell’alimentazione, l’iperattività e l’insonnia. Ma anche per altre patologie ancora più incredibili, come l’ipertensione, il diabete e la broncopneumopatia.


Altra prospettiva interessante, ma forse ancora poco conosciuta, è quella della farmacologia, con la possibilità di rimpiazzare parte della filiera di produzione di un farmaco con passaggi completamente virtualizzati. Prima ancora di passare alla sperimentazione, in provetta e poi sulle persone, oggi un potenziale nuovo farmaco viene sperimentato prima di tutto in silico, ossia nei chip (in silicio) dei computer, attraverso simulazioni matematiche estremamente sofisticate. Il che si traduce, naturalmente, in un notevole risparmio di risorse.
Se parliamo di salute digitale negli anni Venti, poi, non si può dimenticare di citare il fattore Covid-19. Una pandemia come non se ne vedevano da oltre un secolo ha cambiato il nostro modo di rapportarci alla salute, la nostra scala di valori e le priorità, e soprattutto ha inferto una straordinaria propulsione all’innovazione. Lasciando per un momento da parte le fondamentali questioni dello sviluppo di farmaci, ci ha fatto anche capire quanto il digitale possa fare la differenza nell’organizzazione dei reparti d’ospedale e nel nostro rapporto con i medici. Il messaggino su WhatsApp al proprio dottore di fiducia non è che un rudimentale tipo di telemedicina, ormai sostituito con la possibilità di svolgere a distanza una serie di consulti medici finora possibili solo in presenza.


 Fino ad arrivare, in prospettiva, al paradigma della cura a casa, in cui non è più il paziente a raggiungere l’ospedale ma – soprattutto nel caso delle cronicità – è l’ospedale ad andare dal paziente.


E se il rientro alla normalità farà scomparire quell’onnipresenza del virtuale a cui siamo stati obbligati durante il lockdown, adesso è chiaro a tutti come l’ecosistema della salute non debba essere solo paziente-centrico, ma anche e soprattutto capace di rimettersi al passo con i tempi dello sviluppo tecnologico. Non è difficile immaginare che presto avremo a disposizione molti degli strumenti che la fantascienza ha immaginato, e alcuni di quelli odierni, hardware o software, già superano le fantasie di un secolo fa. Il vero tema, come noto, non è se la tecnologia squalificherà il personale umano. Ma quanto le persone, dai medici a tutti i cittadini, sapranno sfruttarne le potenzialità e vederla come nostra indissolubile e irrinunciabile compagna di vita. Perché è quella la direzione verso cui, inesorabilmente, il mondo si muove.

 

Editoriale a cura di Gianluca Dotti, giornalista scientifico freelance. Collaboratore di Wired, Radio24, Forbes, Business Insider, Youris.

 

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