La fatale tendenza dell'umanità di smettere di pensare alle cose quando non sono più dubbie è la causa della metà dei suoi errori. John Stuart Mill
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12/06/2019

T. Rowe Price: quali sono i veri effetti dei dazi commerciali?

di Advisor Professional

La News


Dopo che le trattative commerciali fra Stati Uniti e Cina si sono arenate e i toni tra i due Paesi si sono nuovamente accesi, la volatilità ha fatto nuovamente capolino sui mercati dopo diversi mesi di assenza. 

Il motivo? 

E' abbastanza palese: se la disputa in corso fra i due Paesi che più contribuiscono al prodotto interno lordo globale dovesse sfociare in una guerra commerciale aperta, a risentirne non sarebbero solo gli USA e la Cina, ma l'intera economia mondiale.

La morale?

Le guerre commerciali non creano vincitori nel lungo termine.

 

Cosa aspettarsi ora?

Il punto a cura di Nikolaj Schmidt , Chief International Economist di T. Rowe Price.

Per comprendere meglio i possibili effetti di una guerra commerciale nel medio periodo può essere utile analizzare gli effetti di dazi da due diversi punti di vista.

 

1) I dazi come tasse sui beni

Se da un lato le tasse sui beni aumentano le entrate fiscali dei governi, dall'altro portano a un'allocazione delle risorse inadeguata che trascina l'intera economia verso un equilibrio inefficiente, con un meccanismo noto in gergo economico come l'effetto "peso morto" della tassazione.

Cosa si intende?

I dazi fanno aumentare il prezzo dei consumi, facendo conseguentemente diminuire il potere d'acquisto delle famiglie e portando queste ultime ad acquistare meno beni. Nel contempo, le famiglie e le aziende cercano un'alternativa ai prodotti gravati dai dazi, finendo quindi per consumare un paniere di beni che è stato distorto dalla tassa e rappresenta una seconda scelta per il consumatore.

Quando il presidente Donald Trump twitta che gli Stati Uniti vinceranno la guerra dei dazi presuppone che quella sostituzione da parte delle famiglie e delle imprese statunitensi andrà a favore di un paniere di beni prodotti nel paese e che questo contribuirà indirettamente a creare nuovi posti di lavoro americani.

Sarà davvero così? Molto probabilmente no.

Afferma, infatti, Schmidt:

"è probabile che quei consumi si sposteranno su beni prodotti in Vietnam o in Messico, più che tornare su quelli americani, e che i posti di lavoro delocalizzati in Cina non faranno in tempo a rientrare in patria prima che il processo di produzione diventi totalmente automatizzato".

I beni prodotti in America, infatti, sarebbero un'alternativa ragionevole se gli Stati Uniti fossero o il paese produttore più efficiente in termini di costi dopo la Cina (e non è questo il caso), oppure avesse in casa gli impianti di produzione necessari per costruire i gadget elettronici che attualmente importa dalla Cina.


2) I dazi come fonte di incertezza

Il secondo modo in cui i dazi riducono i consumi è creando un senso di incertezza che induce le famiglie a rimandare i consumi e le aziende a differire le spese in conto capitale.

Per capirci meglio, l'incertezza esercita sull'economia un impatto simile a quello della contrazione monetaria (che di certo non fa parte dei piani del presidente Trump).

Le guerre commerciali, infatti, non solo pesano sui consumi, ma influenzano anche l'inflazione, le politiche delle banche centrali e i tassi di cambio.

In che modo?

Dal momento che sostanzialmente i dazi si possono paragonare a vere e proprie tasse sui consumi, essi possono determinare inizialmente un aumento dell'inflazione complessiva, ma proprio come qualsiasi altra forma di contrazione fiscale, alla fine provocano un rallentamento della crescita economica. Questo implica un incremento dei divari di produzione, che a sua volta riduce le pressioni inflative di fondo.

 

L'effetto sulle politiche delle banche centrali varierà, invece, a seconda dell'area geografica di riferimento.

Nei paesi sviluppati le conseguenze sulla politica monetaria saranno lineari: i dazi portano a una crescita più lenta e a una minore inflazione di fondo, pertanto richiedono un atteggiamento espansivo.

Nei mercati emergenti, per contro, l'ascesa dell'incertezza ha maggiori probabilità di innescare deflussi di capitali, esercitando pressioni al ribasso sulla crescita e al rialzo sull'inflazione. Le banche centrali della regione potrebbero, dunque, trovarsi costrette a rispondere con una contrazione monetaria.

Anche l'effetto sui tassi di cambio non è semplice da determinare. Vale all'incirca la seguente regola: il paese con il divario di produzione condizionato più negativamente dai dazi subirà il deprezzamento più pesante della rispettiva valuta. 
Nell'ambiente attuale, dunque, questo significa un indebolimento delle valute emergenti nei confronti del dollaro USA, che a sua volta perderebbe terreno contro altre valute di rilievo.

Conclude, perciò, Schmidt affermando:

"Dati gli effetti complessivamente negativi dei dazi, si può essere tentati di concludere che il buon senso avrà la meglio e Stati Uniti e Cina faranno un passo indietro allontanandosi da una situazione che avrebbe il solo risultato di penalizzare le economie di entrambi i paesi. Tuttavia, Trump aspira alla rielezione l'anno prossimo e potrebbe decidere che il premio di consenso generato da uno scontro diretto con la Cina superi il prezzo politico di una crescita economica più lenta. Insomma, i dazi non saranno una buona idea dal punto di vista economico, ma le elezioni si vincono con la politica, non con l'economia."

 

 

 


 

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