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16/05/2018

Schroders sfata i miti sulle strategie Liquid Alternative

di Advisor Professional

La News

Il 2017 sarà ricordato come l’anno in cui i listini azionari globali hanno aggiornato i massimi storici, sancendo ufficialmente l’uscita dalla crisi finanziaria. E anche i mercati obbligazionari hanno regalato performance decisamente soddisfacenti.

L’inizio del 2018 ha tuttavia messo in dubbio il proseguimento del trend rialzista, con le Banche Centrali che nel frattempo si avviano con passo sempre più spedito verso la normalizzazione delle politiche monetarie. La volatilità probabilmente aumenterà, mentre gli investitori dovranno cercare riparo da possibili ribassi. Con le correlazioni tra asset class in aumento, aggiungere in portafoglio una diversificazione efficace potrebbe essere però complesso.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una rapida crescita dell’interesse verso le strategie liquid alternative, che rispondono a quelli che definiremmo bisogni primari degli investitori come decorrelazione, diversificazione, generazione di alpha, protezione”, ha spiegato Andrew Dreaneen, Head of Liquid Alternatives di Schroders durante l’Alternatives Day organizzato a Milano dalla società inglese, che gestisce strategie Liquid Alternative dal 1998 su diverse asset class (azionario, obbligazionario, commodity e insurance-linked) e con approcci variegati (sistematico, multi-strategy, long/short, etc.).

In vent’anni di esperienza nel settore, abbiamo sentito diversi miti sulle strategie liquid alternative, a partire dall’idea che queste non diano davvero spazio ai migliori talenti della gestione hedge, quando invece ad esempio quasi i due terzi dei gestori hedge britannici sono disponibili in formato UCITS”, ha osservato Dreaneen, aggiungendo che anche i dubbi sulla fedeltà con cui i Liquid Alternative riproducono le strategie hedge omologhe possono essere fugati. Un corretto processo di selezione dei gestori permette di ottenere correlazioni quasi perfette tra la strategia originale e quella in formato UCITS, con conseguente similarità a livello di performance. Oggi l’ostacolo più difficile da superare per gli intermediari, sia europei che americani, è quello della adeguata conoscenza e formazione degli investitori rispetto a questi approcci”.

In tal senso, lo sforzo degli asset manager è dunque fondamentale, soprattutto in uno scenario di mercato in cui è sempre più difficile per gli investitori trovare rendimenti paragonabili al passato mantenendo lo stesso livello di rischio ed evitando la concentrazione del portafoglio sulle asset class più tradizionali, e quindi inflazionate.

Anche per questo, il mondo dei Private Asset sta attirando sempre più attenzione, come dimostrato dai flussi in crescita verso strumenti illiquidi e non quotati nel Private Equity, nel Private Debt, nel Real Estate, nel comparto delle infrastrutture. 
Quando gli investitori guardano ai Private Asset, il fattore principale a cui prestano inizialmente maggiore attenzione è l’attrattività dei rendimenti storicamente generati da questa asset class e i relativi benefici da un punto di vista di diversificazione del portafoglio. Tuttavia, ben presto si rendono conto che investire sui Private Asset presenta sfide significative in termini di complessità e di illiquidità. Pertanto, sono poche le persone che si sentono pronte a investire in questo segmento, sebbene i Private Asset siano meno esposti alla volatilità dei mercati rispetto agli asset quotati, impattati fortemente dalle oscillazioni del sentiment degli investitori: un fattore da non trascurare in fasi come questa”, ha osservato Charles Hopkinson-Woolley, Head of Alternative Product, concludendo che “proprio alla luce dei rischi attuali, il modo migliore per cogliere le opportunità offerte in questo ambito è sempre tramite il supporto di investitori esperti”.

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