Vendere i titoli quando s'è guadagnato abbastanza è come tagliare i fiori e innaffiare le erbacce.Warren Buffett
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16/05/2018

Ecco perché il caso italiano non sarà un’altra Brexit

di Advisor Professional

La News

In Aprile il rendimento del titolo decennale americano ha superato il 3%, ma la rilevanza attribuita a questo fatto è stata probabilmente eccessiva e forse ha più a che fare con il simbolismo del numero pieno che con considerazioni prettamente finanziarie. Quel che è certo è che il 3% è un rendimento che la madre di tutti i decennali non vedeva dal 2014. La rottura si è verificata in fase con il recupero del dollaro sull’euro, con timori di rallentamento dell’attività economica. All’origine di questi movimenti, spiega Carlo Benetti, Head of Market Research and Business Innovation di GAM, nel consueto video mensile di outlook dei mercati e strategia per il mese di Maggio, c’è l’aumento delle materie prime, soprattutto l’energia, perché materie prime più care significano prezzi più alti dei beni finali, dunque la possibile accelerazione della Federal Reserve nel riportare a normalità le condizioni monetarie. L’aumento delle materie prime preoccupa anche perché vengono erosi i margini di profitto delle società e i prezzi di Borsa puntualmente registrano questo deterioramento. Inoltre, il ritorno di rendimenti superiori al 3%, sostanzialmente senza rischio, rende meno attraente la scelta dell’investimento azionario.È cruciale come fonte di incertezza quella relativa all’inflazione, anche se non sono ancora in molti a dare credito a una sua ripresa”, spiega Benetti. Guardiamo al titolo a 30 anni, più sensibile al rischio inflattivo: il rendimento è intorno al 3,2%. Nel 2014, con il decennale al 3%, il titolo a 30 anni rendeva poco meno del 4%. Gli Stati Uniti hanno forse superato il picco ma conservano potenzialità nella crescita economica”. Anche l’Europa e le economie emergenti hanno certamente ancora tela da tessere e potenzialità e profitti attesi che probabilmente potranno assorbire anche un’ulteriore salita del Treasury verso 3,25%-3,5%.
Dunque la variabile determinante secondo l’Head of Market Research and Business Innovation di GAM resta l’inflazione e i mercati non prenderanno una direzione precisa finché non ne sarà più chiaro il comportamento.

PREOCCUPA IL RALLENTAMENTO NELL’EUROZONA?

In effetti, la flessione dei principali indicatori di performance economica dell’Eurozona ha sorpreso un po’ tutti. Non va dimenticato però che, nel corso del 2017, era accaduto il contrario e la vera sorpresa era stata la piena partecipazione dell’Eurozona alla ripresa globale, con forti miglioramenti negli investimenti produttivi, maggiore spesa in beni di consumo durevoli, costruzioni, etc. I dati più recenti mostrano in effetti uno scenario diverso, ma gli analisti di GAM pensano sia presto per attribuire a questo rallentamento del primo trimestre il significato di un’inversione strutturale. Effettivamente i valori degli indici PMI erano su livelli straordinariamente fuori norma e hanno ritracciato su livelli che restano comunque sopra la soglia di 50, area statistica di espansione.

QUALI SUGGERIMENTI PER I PORTAFOGLI?

A parere di Benetti è opportuno innanzitutto spendere qualche parola a proposito della situazione italiana dal momento che, nonostante la lunga fase di negoziazioni per dare vita a una maggioranza di Governo, i mercati non hanno registrato particolare nervosismo e lo spread del decennale italiano è rimasto sostanzialmente stabile. Questo scenario ricalca quanto accadde in occasione di Brexit e dell’elezione di Trump in cui, dopo qualche giorno di naturale nervosismo sui mercati, la fase rialzista riprese il suo corso sostenuta dalle buone notizie dal fronte macroeconomico. È così anche in queste settimane: le performance economiche dell’Eurozona e dell’Italia sono buone, le prospettive restano positive, ma sarebbe temerario ad avviso degli esperti di GAM concludere che tutto sommato l’economia va avanti anche senza un Governo, sostanzialmente per 3 ragioni:

  • la performance economica italiana è buona ma insufficiente. Non solo il Belpaese è posizionato tra gli ultimi in Europa, ma è ancora oltre il 5% sotto i livelli del 2008 e non può permettersi l’assenza prolungata di una politica industriale;
  • l’eventuale aumento delle aliquote IVA, per le clausole di salvaguardia, non avrebbe effetti sul PIL del 2018 ma si avvertirebbero nel 2019, e i consumi non sono ancora a livelli tali da poter assorbire in modo tranquillo un aumento delle aliquote. Inoltre, a differenza di altri Paesi spesso citati rimasti mesi senza Governo, l’Italia è un grande debitore e il rapporto debito/PIL è a 131,8%, un livello ancora alto e un ostacolo a eventuali manovre anticicliche che rende il nostro Paese ancora vulnerabile;
  • forse i due sentieri paralleli che hanno guidato politica e mercati stanno ri-convergendo a causa dell’aumentata instabilità geopolitica e qualche lunedì fa, sulle dichiarazioni concilianti del Presidente cinese sui dazi, Wall Street è salita di oltre il 2%. Il giorno dopo però, l’aumento della tensione in Siria ha generato l’effetto opposto di chiusure negative, sia negli Stati Uniti che in Europa.


In definitiva, secondo Benetti è tempo di cautela. Siamo nel tempo del post New Normal, caratterizzato da un ciclo maturo, imprevedibilità delle Banche Centrali, maggiore instabilità geopolitica, più frequenti episodi di volatilità, minori rendimenti attesi. “Atteggiamenti prudenti sono a nostro avviso una maggiore attenzione alla gestione del rischio, alla preservazione del capitale, la selezione di strategie multi-asset flessibili che limitino l’esposizione direzionale”, conclude.

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