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02/05/2018

Marisa Bellisario e il Personal Branding

di Elena Colombo

Alla fine degli anni ’80, attraverso la commedia “Una donna in carriera”, appresi che quando le donne passarono dalla gestione delle professioni da “colletto rosa”, a operare in contesti di business “ereditati” dagli uomini, assorbirono fedelmente anche i codici di abbigliamento usati fino a quel momento dal solo mondo maschile. Lo fecero per dimostrare che avrebbero saputo allinearsi al modello di gestione ordinaria, per passare inosservate o per adeguarsi alla tradizione dei contesti professionali.

 

Fu anche in virtù di questo che si diffuse la cultura per cui: “Se devi dimostrare autorevolezza e capacità professionali vestiti come un uomo”.

 

Lo scenario socio-culturale che sto riportando, fu magistralmente descritto da Marisa Bellisario, quando narrò del suo colloquio in Olivetti nell’autunno del 1959:

 

«Ho scelto un vestito di vigogna grigia, il meno appariscente possibile, appena ravvivato dalle pieghe della gonna, ma forse è ancora troppo squillante…

…e quando raccontò:

«[M]i criticano perché mi trucco gli occhi, tingo i capelli biondo platino, porto la minigonna e gli hot pants, cambio pettinatura, metto i pantaloni e scelgo gioielli strani e spiritosi […]. La lista delle cose che, secondo loro, un dirigente donna non deve fare è infinita. Credo si riassuma nella regola che un dirigente non deve essere donna e se, per disgrazia, lo è deve nasconderlo il più possibile. Il mio modo di essere donna è, secondo loro, inadatto a un manager e potrebbe rivelarsi negativo per la mia carriera».

 

Oggi, per quanto la severa cultura dei dress code del passato si sia ammorbidita, in alcuni contesti lavorativi, la creazione di un’immagine professionale, capace di rappresentare il ruolo e al contempo di accogliere e valorizzare la femminilità, genera ancora dubbi, indecisioni e insicurezza nelle donne.

 

Prendere consapevolezza del fatto che uomini e donne reggano entrambi “l’altra metà del cielo” come variabili interdipendenti, può aiutare a scegliere l’abbigliamento per il significato e le simbologie di cui è portatore al di là di note di genere, adeguandolo, con autenticità e fierezza, alle peculiarità fisiche e stilistiche delle diverse nature.

 

Ad esempio, la giacca è un elemento iconico del mondo del lavoro, poiché la struttura lineare con cui è costruita dichiara formalità, autorevolezza e accento sul ruolo. La giacca è quindi tema, messaggio e contenuto comunicativo ed è possibile integrare la femminilità optando per modelli, vestibilità e tessuti capaci di includere le normali curvature del corpo femminile ed esprimere i tratti di personalità.

Anche i colori in ambito professionale non sono stabiliti dall’appartenenza di genere, ma correlati al significato da inviare.

Rosa e giallo tenui, azzurro, bianco, rosso bordeaux, grigio, blu e nero sono colori considerati classici e professionali, a prescindere dagli stereotipi di genere.

La natura vuole che gli uomini prediligano le declinazioni cromatiche che tendono allo scuro, mentre le donne amino le sfumature più brillanti e vivaci.

 

Creare un’immagine che contempli la femminilità, significa avere consapevolezza dei codici comunicativi dell’immagine e scegliere forme, tessuti e materiali dei capi di abbigliamento realmente capaci di accogliere e valorizzare le caratteristiche femminili. Non per esibizione, ma per rispetto di dati di natura.

 

Tra tutte le innovazioni della Signora Bellisario, spesso dimentichiamo che fu la prima a declinare con saggezza, eleganza e ironia la propria femminilità in ambito professionale e a usarla come elemento di personal branding.

 

Da qui, l’appellativo a lei dedicato “The Legs” per le sue bellissime gambe, messe in risalto da gonne ravvivate da pieghe e fatture adatte ad accogliere corpo e caratteristiche femminili, e la storia non metterebbe mai in dubbio le sue capacità manageriali.

 

Al prossimo articolo!

Elena Colombo

www.ecimmagine.com

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