23/05/2018

Cinque falsi miti sulla finanza sostenibile

Cresce l’interesse dei risparmiatori e degli investitori istituzionali per la finanza sostenibile (o SRI). Tuttavia, alcuni pregiudizi continuano a frenare lo sviluppo di questo settore. Eccone cinque tra i più diffusi.

 

1. Investire con criteri ESG implica rinunciare ai rendimenti

Un numero crescente di ricerche accademiche e di mercato dimostra che l’integrazione dei criteri ambientale, sociali e di governance (ESG) consente di costruire dei portafogli più efficienti sotto il profilo rischio/rendimento. Una delle più recenti è stata promossa da BANOR SIM e condotta dalla School of Management del Politecnico di Milano. Replicando approccio e metodo della School of Management di Harvard, lo studio ha analizzato la relazione tra rating ESG e performance dei principali titoli azionari quotati in Europa tra 2012 e 2017: ne è emerso che le società migliori sotto il profilo della sostenibilità risultano anche più efficienti nell’aumentare i ricavi e nel migliorare la redditività.

 

2. Finanza sostenibile significa esclusioni settoriali

Molti associano l’SRI alla pratica di escludere dall’universo investibile i settori più controversi quali, per esempio, combustibili fossili, tabacco, armi, ecc. Quest’operazione limiterebbe la diversificazione con il conseguente aumento dei rischi di portafoglio.

In realtà, le esclusioni sono soltanto una delle strategie di investimento SRI, che comprendono anche:

convenzioni internazionali (selezione dei titoli sulla base del rispetto di norme e trattati internazionali come quelli definiti in sede OCSE, ONU, ecc.);

• best in class (selezione degli emittenti con rating ESG più elevato all’interno di un universo di riferimento, per es. un indice o un’area geografica);

• investimenti tematici (concentrazione degli investimenti su uno o più temi, per es. cambiamento climatico, efficienza energetica, parità di genere);

• engagement (dialogo con l’impresa su questioni di sostenibilità ed esercizio dei diritti di voto connessi alla partecipazione al capitale azionario);

• impact investing (investimenti effettuati con l’intenzione di realizzare un impatto socio-ambientale positivo e misurabile, assieme a un ritorno finanziario).

 

3. Gli investitori sostenibili sono eticamente orientati

Fondato in origine su principi etico-religiosi, l’investimento sostenibile attira oggi gli investitori anche per ragioni legate all’ottimizzazione del profilo rischio/rendimento nel medio-lungo periodo. A questo proposito, una ricerca dell’Università della Pennsylvania citata nell’ultimo report di Robeco rileva una relazione positiva tra performance economico-finanziarie e soddisfazione dei dipendenti sul luogo di lavoro. In altre parole: garantire il benessere dei lavoratori non solo è una questione etica, ma ha anche una rilevanza finanziaria.

 

4. La finanza sostenibile non si applica ai mercati emergenti

I mercati emergenti tendono a presentare numerose problematiche ESG legate, per esempio, alle calamità naturali o alla tutela dei diritti dei lavoratori. In simili contesti, l’adozione dei criteri di sostenibilità assume una grande importanza proprio perché consente di anticipare rischi non catturabili con la sola analisi finanziaria. Inoltre, la finanza sostenibile può contribuire a promuovere cambiamenti nella gestione delle politiche aziendali: è il caso dell’Asia e, in particolare, di Giappone e Corea del Sud, dove la finanza SRI ha ricoperto un ruolo importante nel migliorare la corporate governance in relazione a temi come la presenza di donne e di consiglieri indipendenti nei CdA.

 

5. La finanza sostenibile è un settore di nicchia

L’integrazione dei criteri ESG nelle politiche e nelle strategie d’investimento è una tendenza sempre più diffusa e generalizzata tra i soggetti finanziari: secondo una rielaborazione di Morningstar su dati delle ultime tre edizioni della Global Sustainable Investment Review, tra 2012 e 2016 le masse gestite secondo criteri ESG sono cresciute da 13 mila a quasi 23 mila miliardi di dollari. Inoltre, nello stesso quadriennio la percentuale di patrimonio dei fondi retail SRI è passata dal 10,7% al 25,7% sul totale degli asset sostenibili: un chiaro segnale che anche i risparmiatori privati sono sempre più interessati a tenere in considerazione gli aspetti socio-ambientali e di governance nelle scelte d’investimento. Inoltre, le istituzioni europee si stanno muovendo in maniera decisa per favorire lo sviluppo del mercato SRI: ne sono testimonianza le raccomandazioni dell’High-Level Expert Group on Sustainable Finance e l’impegno assunto dalla Commissione Europea con l’adozione dell’Action Plan sulla finanza sostenibile, una vera e propria tabella di marcia con specifiche misure e relative scadenze per rendere il mercato dei capitali più in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile.

 

Per approfondire:
 

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