L'inflazione è quella forma di tassazione che può essere imposta senza legislazione. Milton Friedman
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02/12/2016

Il crowdfunding esteso anche alle PMI italiane

di Umberto Piattelli

Nonostante l’equity crowdfunding sia un fenomeno regolamentato molto di recente, il legislatore continua ad occuparsene in maniera costante. E’ notizia del giorno 25 novembre che a seguito dell’approvazione dell’emendamento sul crowdfunding viene estesa a tutte le PMI italiane la possibilità di ricorrere ai portali online per la raccolta di capitali di rischio.

A questo punto la limitazione precedentemente prevista dalla legge, e cioè che si trattasse di PMI innovative, viene revocata e rimane in vigore (purtroppo) solamente per le start-up innovative, con una disparità di trattamento che è difficile comprendere su quali ragioni si basi.

Ma la notizia non può che essere letta positivamente, consentendo un riallineamento dell’Italia agli altri paesi dell’Unione Europea che hanno regolamentato tale forma di raccolta di capitali nel corso di questi anni. Auspicabilmente aumenterà ancora il numero delle campagne promosse dalla piattaforme italiane, che nel frattempo si sono ridotte da 19 a 16 per effetto dell’uscita dal mercato di tre operatori che hanno rinunciato alla licenza.

 

Mercato che ha visto anche la prima operazione di cessione di una piattaforma di equity crowdfunding, quella denominata Fundera, che è divenuta di proprietà di Frigiolini & Partners Marchant che offrirà la propria consulenza non solo nel settore dei Minibond, ma anche in quello dell’equity crowdfunding, creando uno dei primi operatori italiani che offre diversi servizi sul mercato dell’alternative finance.

 

Dopo un 2016 che ha dato confortanti segnali di crescita del mercato, vediamo se tutte queste novità ci porteranno ad un anno di ulteriore sviluppo della raccolta di capitali online, anche tramite un più rilevante coinvolgimento delle PMI che fino ad ora sono state praticamente assenti. Ma anche il lending crowdfunding ha destato l’interesse dell’autorità regolamentare, in questo caso la Banca d’Italia che ha adottato quella che potremmo definire la prima norma specificatamente applicabile a questa tipologia di attività.

 

In data 8 novembre 2016, ad un anno circa dalla precedente comunicazione in materia, la Banca d’Italia ha emanato le Disposizioni per la raccolta del risparmio dei soggetti diversi dalle banche, nella quale è presente una Sezion IX, denominata social lending. Le novità rispetto alla precedente comunicazione in materia sono sostanzialmente due: la prima riguarda la precisazione secondo la quale non costituisce raccolta di risparmio tra il pubblico l’acquisizione di fondi effettuata sulla base di trattative personalizzate con i singoli finanziatori.

 

Precisa l’autorità regolamentare: “Al riguardo, avute presenti le modalità operative tipiche delle piattaforme di social lending, le trattative possono essere considerate personalizzate allorché i prenditori e i finanziatori sono in grado di incidere con la propria volontà sulla determinazione delle clausole del contratto tra loro stipulato e il gestore del portale si limita a svolgere un’attività di supporto allo svolgimento delle trattative precedenti alla formazione del contratto.” e conclude dicendo che per non incorrere nell’esercizio abusivo della raccolta del risparmio, i prenditori si avvalgono esclusivamente di piattaforme che assicurano il carattere personalizzato delle trattative e sono in grado di dimostrare il rispetto di tale condizione anche attraverso un’adeguata informativa pubblica.

 

Poiché tale principio era stato enunciato dalla Banca d’Italia, ma evidentemente non era molto chiaro, l’autorità aggiunge anche che tale condizione si considera rispettata, ad esempio, allorché il gestore predisponga un regolamento contrattuale standard che costituisce solo una base di partenza delle trattative, che devono essere in ogni caso svolte autonomamente dai contraenti, eventualmente avvalendosi di strumenti informatici forniti dal gestore. Va detto che l’intervento normativo continua a non essere di facile interpretazione, in un contesto in cui l’operatività delle piattaforme tende ad essere completamente informatizzata e nel quale le parti, intese come richiedente e prestatore, non hanno particolare interesse a negoziare alcunché tra di loro, essendo il prestatore esclusivamente interessato a valutare quanto prestare per ogni progetto e con quale remunerazione (interesse).

 

Purtroppo le novità non sono finite qui; l’autorità regolamentare ha infatti precisato che ritiene necessario che i gestori dei portali on line di social lending introducano un limite massimo, di contenuto importo, all’acquisizione di fondi tramite da parte dei prenditori perché ciò risulta coerente con la ratio sottesa alle disposizioni emanate, volta a impedire ai soggetti non bancari di raccogliere fondi per ammontare rilevante presso un numero indeterminato di risparmiatori.

 

Che dire, premesso che non si capisce quale sarebbe la norma primaria che ha richiesto all’autorità regolamentare di intervenire in materia, visto che in Italia non esiste alcuna legge che disciplini la materia, sembra un palese tentativo di limitare l’attività delle piattaforma di social lending, in maniera non dissimile da quanto è avvenuto con l’equity crowdfunding, dove il limite (oramai quasi del tutto rimosso) invece di essere quantitativo era qualitativo (solo start-up innovative).

 

Speriamo che, anche in questo caso, l’Italia non debba scontare un avvio molto penalizzante del settore (che oggi ha superato i 35 ml di euro di raccolta ma che è del tutto insignificante se confrontato con la raccolta raggiunta in Uk, Germania, Francia e Spagna) così come è accaduto per l’equity crowdfunding a seguito dell’adozione di norme.

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