Il segreto del successo è quello di non possedere nulla, ma controllare tutto. Nelson Rockefeller
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01/12/2016

Ci facessero sbagliare da soli

di Massimo Donato

“Ogni giorno, quello che scegli, quello che pensi e quello che fai è ciò che diventi”

(Eraclito)

 

Dovremmo a questo punto chiederci se la globalizzazione ci abbia davvero fatto perdere anche quella minima parvenza dell’identità nostrana o se tutto questo sia semplicemente colpa di una Unione Europea che ha omologato e non unito, che ha creato ulteriori differenze al posto di annullarle.

 

Altrimenti non ci sarebbe una spiegazione su quanta attenzione stiano ponendo gli occhi dell’Europa sul risultato referendario di domenica prossima. E come, nello stesso tempo, i partiti in Italia stiano perdendo di vista i problemi veri degli italiani per dedicare le proprie energie al più inutile, in questo momento, dei quesiti possibili. Inutile nel senso che quest’importanza prioritaria non avrebbe dovuto crescere in maniera incontrollata. Con un’aggravante: la questione, sulla quale sono chiamati gli italiani, è assai complessa e di difficile interpretazione. I politici per renderla semplice hanno parlato di diminuzione dei costi e di tagliare farraginose organizzazioni, per rincorrere la semplificazione. Lo scopo sarebbe quello di favorire una più snella impalcatura per rendere più solido il palazzo del Governo. Insomma è diventato un feroce scontro su chi dice di puntare alla modernità (è lo slogan del SI), attraverso un cambiamento strutturale rilevante, contro coloro i quali, paladini del conservatorismo, difendendo i valori storici dei padri costituenti (la sostanza del NO), credono al principio sacro della democrazia, anche col rischio di farsi incolpare di non ammettere di fatto di volere alcun cambiamento.

 

Siamo dinanzi sicuramente ad un dilemma che racchiude quelle incertezze che costituiranno quel dibattito che ci farà prendere alla fine una decisione. Eppure comincia a paventarsi l’idea che gli italiani siano più confusi che persuasi e che non abbiano la competenza e la voglia di capire a fondo cosa si chieda loro, oltretutto con un parere che potrebbe apparire determinante.

 

Il referendum, essendo di tipo costituzionale, ha valore anche se non si raggiungesse il quorum del “50% più 1 voto”. Quindi conterrà il risultato determinato dalla maggioranza dei votanti. Ecco perché i partiti si sono precipitati a raccattare perfino le briciole proveniente dall’estero.

 

Dov’è allora il grave problema?

 

La stampa estera ha cominciato con l’Economist che “tifando” palesemente per il NO, ha creduto e fatto credere ad uno sviluppo possibile - in particolare con importanti investimenti al Sud - attraverso un mantenimento delle condizioni precedenti alla crisi. Da ieri il Financial Times, che sponsorizza e si auspica una vittoria del SI, parla, con una sorta di atto di terrorismo, di un possibile grave coinvolgimento di ben 8 grandi banche nazionali, a serio rischio di fallimento.

 

Il paniere dell’indice azionario in Italia è notoriamente (perfino ai non addetti ai lavori) costituito in maniera significativa dalle banche, è ovvio che la nostra economia chiaramente soffra e manifesti un certo nervosismo che si esplica in una pericolosa volatilità da un paio di settimane.

 

C’era bisogno dell’opinione dell’Europa? Era proprio necessario l’intervento a gamba tesa di due giornali inglesi che vantavano un tempo un’importanza conquistata sul campo e che oggi non pare abbiano tutta questa autorevolezza? Come se gli errori di economisti, sociologi e sondaggisti negli ultimissimi tempi non avessero già prodotto disastri degni della nostra attenzione. Vedi la Brexit e il trionfo non atteso di Trump.

 

Gli italiani forse non avranno la maturità e la cultura per giudicare serenamente cosa sia giusto o cosa non lo sia. Neanche gli inglesi d’altra parte erano pronti a promuovere consapevolmente la Brexit, nonostante la stampa specializzata abbia disegnato scenari, poi rivelatesi sbagliati. L’Europa ci ha lasciato da soli nella crisi costringendo il nostro Governo ad un inaudito inasprimento della pressione fiscale, mentre affrontavamo il gravissimo peso dell’incontrollato flusso immigratorio, essendo, per ovvie ragioni geografiche, la porta dell’Europa.

 

Almeno questo errore, sempre che sia un errore, dovrebbero farcelo fare da soli. E noi d’altro canto dovremmo pretendere il rispetto di una consolidata più che millenaria storia.

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